Frankenphotography


FRANKENPHOTOGRAPHERS #3: Francesco Capponi, l’ottico Dippold

Luce, soltanto luce che trasforma il mondo in un giocattolo.

Intervista a Francesco Capponi

Partiamo dall’inizio: nelle tue galleries troviamo sculture e fotografie di ogni genere. Mi racconti brevemente il tuo percorso, dalla scultura alla fotografia, dalla fotografia alla Lomografia, dalla Lomografia all’autocostruzione e alle sculture di ispirazione fotografica?

Non saprei tracciare un percorso lineare. Ho studiato scultura all’accademia e negli ultimi anni avevo cominciato ad inserire lenti, camere oscure o proiettori nelle mie opere. Nel frattempo mi piaceva passare parte del mio tempo nel laboratorio di fotografia.

La fotografia di per sé mi affascinava e mi annoiava al tempo stesso. Mi divertiva soprattutto fare esperimenti in camera oscura, provare le solarizazzioni, sovrapporre negativi e cose del genere. Ho cominciato a giocare con le Polaroid e a maltrattarle, accartocciandole, aprendole e lavandole. Adoravo l’indeterminazione estetica che le immagini ottenute mi regalavano.

Chiesi la tesi sulle Polaroid ma mi fu detto che la fotografia non aveva attinenza con la scultura. Quasi per sfida cominciai a costruirmi oggetti stenopeici che diventavano, insieme alle foto, parte dell’opera. Installazioni tra scultura e fotografia. Alla fine mi laureai con una tesi sulla fotografia stenopeica e continuo ancora oggi a portarne i segni addosso e a costruirmi macchine fotografiche. Quando sono tornato alla scultura, poi, l’esperienza fotografica mi era rimasta talmente attaccata addosso da influenzare fortemente i miei lavori.

"Diaframma ad iride", scultura in ferro.

Come ti sei avvicinato alla Lomografia? Vedo che hai provato tutte le possibilità espressive che offre, usando la Holga, la Horizon panoramica, la Lomo LC-A, le Polaroid maltrattate. È stato un passaggio importante per arrivare successivamente a sperimentare l’autocostruzione, o i due interessi sono nati contemporaneamente?

In realtà la Lomografia è venuta solo dopo. Già mi costruivo macchine fotografiche, mi piacevano le immagini che potevo ottenere con le pinhole e la libertà creativa che mi davano, e il tutto ad un basso costo. Quando ho visto le prime Lomo, plasticose ed economiche, dotate di strani congegni ludici e imperfette nel risultato, me ne sono subito innamorato, ci ho ritrovato parte del fascino che mi davano le mie macchine. Holga e LC-A hanno quelle imperfezioni che adoro e danno sentimento all’immagine, la vecchia Horizon la considero un capolavoro meccanico con il suo obbiettivo rotante. Alle Polaroid sto ritornando ora dopo anni, sono curioso di provare le pellicole dell’“Impossible Project” che sembrano aprire innumerevoli possibilità di elaborazioni.

Uno degli ultimi progetti di Francesco.

Possiamo considerare la fotografia, soprattutto a livello popolare, come un medium trasparente, cioè come una tecnologia che si nasconde all’utente: si schiaccia un pulsante, si porta la pellicola al laboratorio e si ritira la foto finita; in digitale si scatta e si può stampare la foto inserendo direttamente la memoria in una stampante. Ha vinto insomma la filosofia della Kodak, che ha trasformato la tecnologia fotografica in una tecnologia – oggi diremmo – user friendly. Ciò ha contribuito a diffondere la fotografia oltre ogni aspettativa, eppure, oggi, dopo oltre un secolo di dominazione della tecnologia fotografica industriale, non possiamo non considerare il fatto che questa impostazione tralasci una serie infinita di possibilità espressive e creative. Io credo che la fotografia possa e debba recuperare la propria identità di medium opaco, attraverso il recupero delle conoscenze e delle esperienze necessarie, e questo è esattamente l’argomento del blog. Come consideri il mezzo fotografico e le sue potenzialità espressive?

Voi schiacciate il bottone, noi facciamo tutto il resto” non mi appartiene come filosofia. Vorrei controllare il più possibile il processo perché penso che il percorso dia forza alla meta.

Ora la fotografia è completamente cambiata dai suoi esordi, è alla portata di tutti, questo ha aperto miriadi di possibilità nuove, ma allo stesso tempo ha fatto perdere a questo medium gran parte della sua potenza magica. Fare una foto è un atto quotidiano e ripetuto, e come tale rischia di diventare banale. Oggi la maggior parte delle foto sono scattate con un telefono. Se l’atto che crea non ha emozione, questa non la ritroveremo nemmeno nell’immagine creata.

Guardate le foto sui documenti per esempio. La tecnologia ha fatto passi enormi ma il ritratto che deve rappresentare la nostra identità è sempre più scadente. Mio nonno si fece ritrarre da un fotografo, con una grossa macchina fotografica, le luci giuste, il vestito buono e pettinato per la festa. Sarà venuto apposta in città e probabilmente sarà stato emozionato nel farsi ritrarre, era una cosa rara. Col tempo si è passati alle cabine Fotomatic, prima con i loro bei quattro scatti in bianco e nero, poi “evolvendosi” fino al digitale, dove ti vedi proiettato su uno schermo, scegli tu lo scatto, puoi correggerlo o cancellarlo, senza più l’emozione di aspettare che le foto escano dalla buchetta e si asciughino per sapere come sei venuto.

Ora, per il rinnovo della mia carta d’identità elettronica, la foto me l’ha fatta alla sprovvista un’impiegata dell’anagrafe, in una stanza semibuia e con una webcam scadente. Risultato: mio nonno era bellissimo sul documento, io un mostro. Non riesco a considerare questo come progresso.

Sarò pure un nostalgico, ma da qualche parte qualcosa non mi torna.

"Morte di un soldatino di plastica" - tribute to Robert Capa.

Mi sembra che anche la tua ricerca stia seguendo la direzione del medium opaco, e vorrei che raccontassi qualcosa del tuo percorso. Come sei arrivato a riappropriarti della tecnologia fotografica? Che cosa ti ha spinto? Perché hai iniziato a smontare e costruire fotocamere?

Inizialmente per curiosità. Mi stupiva riuscire a catturare la luce e trasformarla in immagini.

Quando poi ho cominciato a far vedere i miei lavori la cosa che notavo e amavo di più è stato il ritrovare questo stupore e questa sorpresa negli occhi di chi li guardava. La gente era incredula sul fatto che si poteva fare una fotografia con una noce, e per comprenderlo si doveva sforzare a domandarsi com’era possibile. La risposta è spiazzante per la sua semplicità: la luce viaggia in linea retta, per due punti passa una sola retta, quindi le immagini possono essere trasportate.

E’ alla base anche della nostra vista, il senso che più di tutti ci lega a ciò che circonda.

La risposte spesso sono semplici, ma pochi si pongono le domande oppure tendono a complicarle.

Prendere i meccanismi che stanno alla base, privarli di tutte le sovrastrutture culturali e riscoprirne la semplicità intuitiva, nella sua banalità mi aiuta a capire ciò che appare complesso.

Il "PinHolo", macchina fotografica a foro stenopeico ottenuta con un pinolo.

Il "PinHolo" produce negativi su carta di circa 18 x 7 mm. Tempo d'esposizione circa 4 sec. con luce diretta.

Probabilmente bisogna avere il coraggio di gettare via la macchina fotografica per acquisire la consapevolezza del mezzo. È per questo che ti definisci “fotografo senza macchina fotografica”? O ti riferisci alla sola fotografia stenopeica, che rappresenta il più semplice apparato di acquisizione? In proposito fai un’affermazione importante: “In un certo senso ho sempre cercato di distruggere la fotografia con l’unico risultato di essere considerato un fotografo…”

Quando l’ho scritto in parte ero proprio senza macchina fotografica! Nel senso che davvero mi consideravano tutti un fotografo e magari mi chiedevano addirittura di fargli le foto per il matrimonio, ma il mio equipaggiamento consisteva solo in varie stenopeiche, toy cameras e al massimo una vecchia reflex a pellicola. Poi, come noti anche tu, la frase poteva essere letta in più maniere appunto, dalla stenopeica in primo luogo, fino al fatto che vorrei “fotografare”, cioè scrivere con la luce, anche senza macchina, ma magari con camere oscure, specchi o lenti.

La fotografia in parte la odio e, come dicevo, spesso mi annoia, ce ne è troppa, quindi la maltratto, la distruggo, ne cerco le deformazioni e ne accentuo i difetti, la riporto alle origini ripartendo da lì. Questo processo però ha la funzione di rendermela interessante, di ricrearmela nuova e non banale, ridarle incanto e innamorarmene di nuovo. All’esterno vedono solo il prodotto finale di questo mio processo, la foto, e magari mi chiamano quando gli serve un fotografo, ma io non mi ci sento, almeno non nel senso che la maggior parte delle persone attribuisce alla parola.

"PinOrigami" - Origami Stenopeico. Una volta scattata la foto la macchina fotografica origami si apre e diventa la cornice della stessa. Negativi su carta 1,5 x 1,5 cm circa. Tempo d'esposizione 5 sec. con luce solare.

"War-Game" - Reportage PinOrigami.

La tua particolarità rispetto ad altri pinhole photographers mi sembra consistere nella costruzione delle fotocamere. Le tue infatti sono sempre costituite da oggetti di uso quotidiano convertiti in fotocamera, piuttosto che fotocamere costruite da zero. Questo ha un sapore molto surrealista e dadaista, le tue fotocamere sono un po’ degli objets trouvés, dei ready-made. Già la fotografia incorpora questo meccanismo nella sua capacità di “ritagliare” il reale decontestualizzandolo. Tu rinforzi questa capacità incorporandone il principio nella fotocamera stessa, reificandolo in qualche modo. Mi riferisco ad esempio al Pinholo (bel gioco di parole! Anche questo è indice di una vena surrealista). E poi la noce, il cappello a cilindro, il pianoforte. Come sei arrivato a fare questa scelta, “giocando più sul mezzo che sull’immagine”?

La mia tesi di laurea si intitolava appunto “Il mezzo come fine”, un po’ come quando si dice che non è importante la meta ma il viaggio. I miei oggetti sono scelti, o mi scelgono, a seconda di dove vogliono arrivare. Provo a ridargli nuova vita e cerco di farli parlare, di farmi mostrare il loro punto di vista.

Il Dada forse è il movimento dove più mi sarei ritrovato, se non fossi nato con cento anni di ritardo.

Per questo gli ho dedicato un’opera: “Ritratto ideale di Duchamp e Man Ray” fatto con la pedina stenopeica. Il mio lavoro senza di loro non sarebbe esistito. L’uso del ready made inventato da Duchamp e le contaminazioni e sperimentazioni sul processo fotografico di Man Ray, sono alla base di quello che faccio. Li ho “ritratti” attraverso il gioco che li accomunava, gli scacchi, un gioco divertente, simbolico, semplice e infinitamente complicato allo stesso tempo. Cerco di mettere vari livelli di lettura nei lavori: uno istintivo, divertente, uno propriamente estetico e uno più profondo, concettuale, come credo di aver appreso dalla loro lezione.

"Pinhole Chess" - Pedina per scacchi stenopeica.

"Ritratto ideale di Duchamp e Man Ray" - 28 fotografie su carta fotografica, 2 x 2 cm circa. Tempo d'esposizione circa 4 sec.

Se nel Pinholo o nella noce vedo un adattamento fotografico dell’objet-trouvé, in altre fotocamere il gioco di rimandi indubbiamente si complica. Mi piace molto l’idea del cappello a cilindro stenopeico, non solo per la bellezza dell’oggetto, indubbiamente surreale e istrionico, ma anche per il tipo di dispositivo fotografico capace di inscenare: la magia del coniglio che appare dentro il cilindro, come nei migliori giochi di prestigio. È evidente, in questo modo, che il fotografo-prestigiatore può inserire nell’atto fotografico una qualità magica oltre che giocosa. Un po’ come ai primordi della fotografia, quando la percezione della nuova tecnologia ne faceva un mirabolante spettacolo visuale. Cosa ne pensi? Sei un prestigiatore visuale? Ho l’impressione che tu, da bravo intrattenitore, cerchi di coinvolgere il pubblico nei meccanismi, nelle installazioni che crei: non vedo “opere” ma “operazioni”. Dico bene?

E’ sicuramente quello che vorrei trasmettere. Voglio affascinare divertire e incuriosire il pubblico. Il cappello a cilindro è uno dei lavori che preferisco proprio per questo. Come ti ho detto amo l’atto magico che sta alla base della fotografia e il rapporto cilindro-coniglio me lo sottolinea. Lo fa in maniera ironica e per questo penso più comunicativa.

Abracadabra e il coniglio appare nel cappello, impresso nella pellicola. Per me è magia.

Il cappello a cilindro è costruito forzandone l’aspetto scenografico, con chiavi e corde di metallo per azionarlo, solo per fare spettacolo. Prestigiatore visuale mi piace molto come definizione.

"Abracadabra Pinhole Camera" - Utilizzata per ritrarre conigli ha il potere di farli apparire nel cappello. Scatta negativi panoramici 5 x 10 cm su rullini 120.

Anche il legame con il soggetto, in questo caso il coniglio, rafforza l’aspetto magico dell’operazione. Come motiveresti questa scelta? È solo un rimando culturale al più classico dei giochi di prestigio, o c’è di più? Te lo chiedo perché mi ha colpito molto il lavoro del fotografo Wayne Martin Belger, di cui ho scritto recentemente, che crea un legame sciamanico tra ogni fotocamera e il soggetto designato. Credi anche tu in una sorta di potere sciamanico o magico del dispositivo fotografico?

Le mie macchine di solito nascono per raccontare delle loro immagini specifiche. Con il cilindro fotografo conigli, con la pedina una partita di scacchi. Per me è come se i miei oggetti fotografici mi raccontassero le loro storie e per farlo usassero il loro particolare linguaggio. Una volta che quell’oggetto mi ha mostrato ciò che doveva e ha dimostrato di saperlo fare, solitamente finisce il suo percorso e non lo riuso più.

Se mi viene in mente che devo trasformare in fotocamera qualche cosa, non sono soddisfatto finché non ci riesco. Poi una volta che sono riuscito a farla funzionare per me perde ogni interesse.

Parto da intuizioni o a volte addirittura da sogni. Cerco un rapporto prodigioso, magico e onirico tra macchina e foto, ma non sciamanico. Forse mi prendo poco sul serio, per questo cerco di inserire spesso anche un lato ironico in quello che faccio. Preferisco affabulare, raccontare favole più che affermare verità. Non mi definirei mai uno sciamano, mi piace più come mi hai identificato prima, un illusionista o al massimo un saltimbanco.

Noce stenopeica.

Oltre al coniglio nel cilindro, vedo che hai fotografato origami con fotocamere-origami, la vita del bosco dall’interno di un ulivo, l’esecuzione musicale con una pianola stenopeica, e hai fatto migrare una casetta per gli uccelli stenopeica tra i tetti e la campagna… insomma, al di là del gioco, mi sembra evidente la tua volontà di creare una relazione tra la fotocamera e il soggetto, e poi con il pubblico. Come intendi questo tipo di relazione?

Una relazione, appunto. L’arte è una forma per comunicare. E’ il modo che mi viene più naturale per esprimermi. Nella comunicazione abbiamo tre elementi fondamentali: l’emittente, il ricevente e il codice. Sono tutti e tre ugualmente importanti. Le idee vogliono nascere e l’artista è solo un tramite. Inserendo la macchina nell’opera in un certo senso inserisco il mezzo creatore che mi rappresenta. Se questo fa entrare il pubblico in relazione con l’opera nella sua interezza, ciò significa che sono riuscito nel mio intento.

Un nuovo progetto: la "Mini Lomo Pinhole" ottenuta da un portachiavi a forma di macchina fotografica.

Autoritratto eseguito con la Mini Lomo.

Le macchine fotografiche, specialmente quelle autocostruite, hanno un’anima, un carattere? Se l’hanno, come definiresti le tue varie fotocamere?

Penso di sì, in fondo quello che cerco è proprio il loro carattere. Non saprei come definirle. Mi viene da pensarle come piccole macchine per intrappolare idee, una sorta di catturasogni. Cerco di lasciare a loro gran parte del lavoro per scoprirlo solo alla fine.

Nei miei ultimi lavori, dove ho ricercato più l’immagine che il gioco mezzo-foto, questa sensazione è più evidente. Attraverso multiesposizioni stenopeiche sto mescolando le immagini senza sapere esattamente ciò che otterrò una volta sviluppato il rullino. Lascio al caso il comando, mi affido al destino. In qualche modo mi fido dell’anima delle mie macchine. Meno controllo il risultato più l’immagine mi appare forte. Proprio come nei sogni.

Macchina stenopeica con rullino 120 ottenuta all'interno della cavità di un ulivo.

Un’altra fotocamera mi ha colpito tantissimo: la “pinhole pianola”. Anche qui sento un sapore tipico delle avanguardie storiche, quello dell’Arte Totale. In questo caso si tratta della comunione di musica e fotografia, o, per dirla con parole tue, di Fotofonia! Anche qui sei riuscito ad andare oltre ogni convenzione e struttura preconcetta, sei riuscito a fotografare la musica in maniera inedita. Io, almeno, non ho mai visto niente di simile. Scorgo in questa operazione almeno due meriti: il primo è che hai portato all’eccesso quello che è il carattere indicale della fotografia (semioticamente parlando), cioè l’essere indice del proprio referente, l’essere in rapporto genetico con esso. In questa operazione infatti il rapporto indicale si estende oltre l’immagine prodotta, quella del musicista che suona la pianola, e coinvolge l’esecuzione stessa in un processo nel quale la musica impressiona la pellicola. Ogni volta che si preme un tasto si apre un otturatore, e la musica si riversa sulla pellicola attraverso il corrispettivo foro stenopeico. Insomma, la tua è una ricerca espressiva, che sodomizza il dispositivo per costringerlo a rappresentare l’invisibile?

A volte forzo il dispositivo, altre volte lo creo appositamente, al fine di rappresentare un’idea. In questo caso un’idea invisibile come la musica. La “fotofonia” che ottengo esteticamente non ha importanza, ma è un’immagine che varia a seconda della musica suonata. Più viene suonata in intensità e frequenza la stessa nota più l’immagine relativa sarà chiara o multiesposta.

In un certo modo fotografa la musica!

Una melodia teoricamente è una cosa infotografabile, quindi, non accettando l’impossibile, ho sentito il bisogno di provare a farlo a mio modo, non ho potuto resistere.

Pianoforte stenopeico per ottenere "fotofonie". Ad ogni tasto dela tastiera è collegato un otturatore che apre il foro stenopeico quando viene suonato. L'immagine finale è una serie di ritratti della persona che suona direttamente dipendente dalla musica suonata. Possiede 37 otturatori e 37 fori stenopeici. Negativo su pellicola 35 mm.

Il secondo merito riguarda la concezione del tempo che la tua operazione presuppone. Il tempo fa da connettore tra la musica e la fotografia che ne risulta, e sappiamo quanto il tempo sia materia fotografica. Mi faccio una domanda, che giro anche a te: perché limitarsi a concepire il tempo fotografico come un istante congelato, quando è invece possibile estenderlo e fotografarlo nel suo svolgimento, creando anche una relazione tra il tempo dell’azione e il tempo della rappresentazione che va oltre la corrispondenza puntuale con l’immagine, come hai fatto tu con la tua pianola stenopeica? Cos’è il tempo per un “non-fotografo” come te?

Quando ci si confronta con la stenoscopia il tempo è un concetto che devi affrontare per forza.

Il concetto di “istantanea” viene in pratica cancellato in un solo colpo. Devi porti davanti al soggetto in tutt’altro modo, fermarti ad osservalo per tutto il tempo dell’esposizione, può essere considerato quasi un esercizio zen. Ti spinge a guardare e non semplicemente a vedere.

Approfondire questo poi porta a cercare di ritrarre un altro piano dell’invisibile: il tempo.

Ho provato a passeggiare per una via tenendo una camera di fronte a me, lasciando l’otturatore aperto per tutto il percorso. Ho ottenuto una silhouette mossa con delle strisce di luce dietro rappresentando concettualmente la via nel tempo impiegato per percorrerla. Cioè ho provato pretenziosamente a fotografare lo “spazio-tempo”. La stessa idea credo era già presente anni fa quando appoggiavo la stenopeica sul nastro del corrimano delle scalemobili inquadrando le persone ferme di fronte a me che si lasciavano trasportare.

Qualcosa di simile si sta realizzando con la scannercamera, che acquisisce l’immagine, il tempo, e lo spazio, in modo totalmente nuovo rispetto alle classiche macchine fotografiche. Hai mai fatto esperimenti con lo scanner? Cosa ne pensi?

Non ho ancora fatto esperimenti anche se la cosa mi incuriosisce, ma ancora la conosco poco. Probabilmente prima o poi sentirò quell’impulso a cui non so resistere e modificherò il mio scanner, ma per ora non ho affrontato la cosa personalmente.

La "Pinhole Birdhouse" ottenuta all'interno di una casetta per uccelli. Utilizza rullini 6 x 6.

Le foto, come vista dall'interno della casetta, raccontano l'ipotetico viaggio del volatile.

Un articolo a parte meriterebbero i tuoi esperimenti con la stampante PoGo. Ormai ho capito come sei fatto: vuoi distruggere la Polaroid! Hanno creato una stampante portatile che voleva essere l’equivalente digitale del vecchio sistema Polaroid a sviluppo immediato, ed è proprio così che tu lo usi. Hai persino ricreato le celebri tecniche del trasferimento di immagine, con tutte le possibili violenze creative. Non so se questi esperimenti siano recenti, ma così mi pare, perciò attendo grandi novità. Intanto mi limito a constatare quanto sei andato avanti nel processo di decostruzione della tecnologia: hai sostituito le normali carte fotografiche Zink con la carta da scontrino, che utilizza lo stesso processo di impressione termica, e ci hai fatto dei bei ritratti. Che dire? Hai sempre più voglia di giocare col mezzo che con l’immagine. “Non sono un fotografo… almeno non mi sento un fotografo, ma una persona che ama giocare con la luce. In realtà nasco come ‘scultore’, e per scolpire la luce divento una specie di ‘ottico’”. Chiudi pure quest’intervista, ottico Dippold…

Quando ho acquistato la Reflex digitale mi sono ritrovato con uno strumento potente ma che mi appariva troppo freddo per farci arte, almeno per come la faccio io. La PoGo mi ha ridato il calore che mi dava la camera oscura o le vecchie Polaroid. Posso sporcarmi le dita, avere una fisicità con la foto. Appena ho sentito che usava una carta speciale, la Zink, che stampa senza inchiostro ma a calore, il piromane torturatore di Polaroid nascosto in me ha avuto un sussulto di gioia. Ho capito subito che sarebbe stato un media facilmente manipolabile. Ho trovato un grande alleato in Francesco Biccheri, amico e fotografo videomaker, che come me ama usare la fotografia, ma anche il video, in maniera inconsueta e divertita. Prima parallelamente poi insieme abbiamo cominciato a maltrattare le stampe della PoGo in ogni modo, reinventandoci tecniche di manipolazione, come il transfert, e provando a riportare in questo mezzo un po’ del fascino che avevano le Polaroid classiche. Il video che abbiamo girato per raccontare le nostre invenzioni ha avuto, grazie alla rete, un inaspettato successo. La soddisfazione di vedere gente che in varie parti del mondo ha iniziato a rifare le nostre manipolazioni non ha pari.

Per chiudere l’intervista posso solo usare le parole che Edgar Lee Masters fa dire al suo ottico Dippold, al quale ho rubato il nome dietro cui ogni tanto mi nascondo:

– E ora cosa vedi?

– Luce, soltanto luce che trasforma il mondo in un giocattolo.

– Benissimo, faremo gli occhiali così.

Un esempio di trasferimento dell'immagine stampata con la PoGo su cata Zink.

"Autoritratto fiscale" - stampa senza inchiostro con Polaroid PoGo su scontrino fiscale.

Un regalo di Francesco a tutti i Frankenfotografi: la Dippold Pinhole Camera, da scaricare e assemblare.

Potete scaricae il template originale in formato A4 da qui: http://farm3.static.flickr.com/2763/4449550485_7c572e76d7_o.jpg.

Per seguire il lavoro di Francesco Capponi: http://www.flickr.com/photos/dippold/ e http://www.francescocapponi.it/ (sito in costruzione).

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5 commenti so far
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lefotoDinotteAlticciInMascharella

Commento di ghedo

che lavoro ricco, mette molte idee in testa.. e complimenti per l’intervista

Commento di barecup

grazie! molte idee, sì, un frankenfotografo prezioso!

Commento di frankenphotography

Ciao a tutti!!

Chiedo venia per l’ignoranza ma sono un novellino del mondo della fotografia..Una domanda: la carta/pellicola estratta dalle varie pinhole camera, che tipo di porcesso di sviluppo prevede? Anzi, è previsto sviluppo? 😀

Inoltre, mi consigliate (per iniziare) quale tipo di carta?

Grazie a tutti quelli che vorrano rispondere e all’autore di questo post davvero interessantissimo

Commento di Bridge!

Ciao Marco, puoi usare qualunque supporto!
1) puoi usare pellicole istantanee se hai un dorso o se ne ricavi uno da vecchie Polaroid che supportano pellicole tuttora reperibili. In rete trovi tutti i tutorial per trasformare in stenopeiche le vecchie Colorpack II o le Super Shooter, che utilizzano le pellicole Fuji in commercio.
2) puoi usare qualunque pellicola, 35mm o 120, b/n e colore, e svilupparle normalmente a casa o in laboratorio.
3) puoi usare qualunque carta fotografica al posto della pellicola. Io lo faccio spesso anche con macchine vintage di cui non si trovano più le pellicole. Usa carta b/n, vanno bene tutte. Sono facili da sviluppare, ti servono solo le vaschette per i bagni, le pinze e i chimici. E una luce di sicurezza, perché ovviamente devi caricarle al buio. Puoi tagliarle in modo che entrino in qualsiasi fotocamera. Se non hai l’attrezzatura da camera oscura puoi comprare solo quello che ti ho detto per pochi euro, senza ingranditore. In pratica ottieni dei negativi di carta che puoi invertire a contatto su un secondo foglio di carta sotto la luce dell’ingranditore, oppure puoi scannerizzarli e invertirli con Photoshop. E’ il metodo più economico! Tieni presente che la sensibilità della carta corrisponde a 6-8 iso, e ciò richiede lunghe esposizioni. Alcuni consigliano di dare un colpo di luce alla carta prima di esporla, ma puoi fare anche senza.
Grazie per i complimenti, continua a seguirci sul nuovo sito http://www.frankenphotography.com e scrivici se hai dei dubbi.
Ciao

Commento di frankenphotography




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