Frankenphotography


GESUALDO BUFALINO – IL TEMPO IN POSA (1992)

Se immaginiamo quel che dovette provare il primo (si chiamasse Adamo o Narciso) che si sporse a guardarsi nell’acqua di una fonte; e il primo che con una scheggia di cristallo si foggiò uno specchio; e il primo che, seguendo i contorni della propria ombra sulla parete della caverna, li graffì con la punta di una selce, e dal copiare se stesso passò poi a trascrivere in effigie i moti della sua fame, brama e paura: idoli da rabbonire femmine da concupire, selvaggine da trafiggere in anticipo, propiziatoriamente… ecco, se proviamo a immaginare tutto questo, avremo capito la fatalità dell’impulso che spinge il bambino a inventarsi in una macchia del soffitto un’iliade di cavalieri e di draghi e a leggere il profilo di Batman nella forma di una nuvola. Fino a tal punto qualunque ideogramma o siluetta che la vista gli offre lo rimanda a un universo che è il suo, a un alfabeto che è umano, e dell’umano conserva un certo derelitto tepore. E’ lo stesso impulso e amor di figure che condusse due amici, due notabili di Comiso, Gioacchino Iacono Caruso e Francesco Meli Ciarcià, a rizzare su un terrazzo un trespolo, a coprirlo di un panno nero, e a ficcarci dentro la testa.

Era l’ultimo decennio del secolo, e i due non furono i soli, nella loro condizione, a scoprire, come chi s’innamora di un giuoco, i misteriosi piaceri della fotografia. Da quando, dopo il Settanta la nobiltà romana, col conte Primoli in testa, s’era data alla nuova mania, il contagio s’era propagato sempre più in alto, fino a lambire il giovane principe di Napoli, il futuro Vittorio Emanuele III, di cui si diceva che non sdegnasse di trafficare con le emulsioni e sali d’argento e di sporcarsene le dita regali. Come dire che l’uso della camera oscura appariva un elitario e costoso privilegio di casta, ovviamente interdetto ai più poveri, cui sarebbe toccato, semmai, d’esser chiamati a comporre, lusingati e passivi, il caratteristico gruppo all’aperto da conservare sopra il comò.

Non si trattava, riconosciamolo subito, di una soperchieria, di una rapina in più, quella dell’immagine, compiuta dal padrone, al sicuro dietro il suo mirino di fuciliere appostato; bensì, da parte sua, dell’esercizio di una podestà largitoria e condiscendente, imponendo la quale egli sposava volentieri la soddisfazione di stupire con un marchingegno di città gl’ingenui sudditi dei suoi campi alla vanità di mostrarsi loro in veste di demiurgo e di mago, abile a far miracoli e prestigi con nient’altro che due mani e un solitario lampo di luce (un mass medium, come dicono oggi, la fotografia. O non piuttosto, nell’accezione spiritica, e più semplicemente, un medium?). Di quanto più severi i sentimenti da cui erano mossi, fotografando, taluni insigni scrittori e pittori d’allora, da Zola a Michetti, da Degas a De Roberto, da Capuana a Verga: fiduciosi tutti, in obbedienza a un loro progetto di nomenclatura e studio del vero, di potersi servire dell’obbiettivo come di una terza più crudele e fedele pupilla, che, surrogando penne e pennelli, sapesse sequestrare, censire e ripetere all’infinito l’universo effimero delle apparenze.

Gesualdo Bufalino, Due fotografi a Comiso, cent’anni fa, in Il tempo in posa, Sellerio, Palermo 1992. Pagg. 25-26.

Francesco Meli con la moglie e la figlia Francesca mentre legge "Il Risveglio", giornale locale di opposizione pubblicato nel solo anno 1893. Meli, 1893.

Autoritratto di Gioacchino Iacono con la moglie Nunziata Caruso nella casa in contrada Bosco. Iacono, 1903.


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