Frankenphotography


Paleophotography #2: Cameratruck

C’era una volta il Mammoutismo. Prima che il “progresso” tecno-scientifico ne distruggesse il virus a colpi di miniaturizzazione e terapie d’ingrandimento, individui resi folli dalla malattia erano convinti che le proprie macchine fotografiche dovessero essere tanto più grandi quanto più lo erano i soggetti da riprendere. O forse, come ha scritto Ando Gilardi, “parve, e pare, a certi artisti dell’obiettivo che la loro abilità si potesse valutare dalle misure della macchina usata” (Ando Gilardi, Storia sociale della fotografia, Bruno Mondadori, 2000, p. 151). Il più imponente di questi mostri dell’immagine fu certamente il Mammouth di J. A. Anderson, costruttore di macchine fotografiche di Chicago, il quale, per conto della compagnia ferroviaria Chicago & Alton Railway, costruì nel 1900 la macchina fotografica da viaggio più grande del mondo. La compagnia voleva una fotografia del treno speciale Alton Limited, una fotografia enorme e unica, non un foto-collage: avevano costruito un treno perfetto, e ne che chiedevano una foto perfetta. Il Mammouth pesava sette quintali, era montata su un vagone ferroviario, impressionava una lastra di due quintali e mezzo che richiedeva quaranta litri di soluzione per essere sviluppata. La Zeiss costruì appositamente due obiettivi: un normale di tre metri di focale, un grandangolo di un metro e sessantacinque centimetri. Alle riprese erano addetti quindici fotografi, sotto la direzione di George R. Lawrence (un paio di link per chi volesse approfondire: documenti originali sulla Mammouth Camera di Anderson, e un ottimo articolo sul fotografo George  R. Lawrence e le sue imprese “finora impossibili”).

Per fortuna qualche baccello deve essere sopravvissuto, salvando i mammouth dall’estinzione. Quanche anno fa, infatti, il fotografo americano Shaun Irving e l’Art Director inglese Richard Browse hanno creato quella che attualmente è considerata la macchina fotografica mobile più grande del mondo. Progettata in America e costruita in Spagna, la Cameratruck è una box camera realizzata all’interno di un furgone per le consegne. Misura 5x2x2 metri e i negativi che ne risultano sono giganteschi. “E’ la macchina fotografica perfetta per ritrarre un soggetto così vasto come la Natura”, sostiene il team del progetto. “Per comprendere davvero la Natura e i suoi innumerevoli volti, è necessario avere una macchina fotografica il più possibile simile ad essa. Una macchina enorme e in costante movimento. Questa è la Cameratruck”, un mezzo perennemente in viaggio per trovare la Natura e riportarla in immagini, in grado allo stesso tempo di indagarne il rapporto complesso con l’umanità.

La Cameratruck, con il foro stenopeico visibile sul lato sinistro.

La Cameratruck funge contemporaneamente da mezzo di trasporto, alloggio, camera oscura, e da fotocamera gigante. Nonostante possa apparire come una meraviglia tecnologica, la fotocamera è la più semplice possibile: un box a tenuta di luce con un foro, cioè una macchina stenopeica. A differenza della semplice fotocamera stenopeica, però, la messa a fuoco è regolata da una grande lente militare (una proviene da un periscopio sottomarino), e il fotografo, per prendere la foto, deve stare all’interno della macchina. Quest’ultima caratteristica rende la Cameratruck un valido strumento educativo, come sostiene lo stesso Shaun: “La fotografia è molto più facile da comprendere quando si sta in piedi all’interno di una macchina fotografica e si osserva il fenomeno verificarsi tutto intorno a sé”.

Una delle lenti utilizzate per la messa a fuoco.

Shaun con un negativo.

Il formato dei negativi, circa 2,5 metri di larghezza per 1 metro di altezza, rende impossibile una normale procedura di sviluppo. Shaun è costretto a lavorare con secchi colmi di prodotti chimici, spugne, e una pompa da giardino. Sulle immagini si vedono le parti in cui è mancato lo sviluppo, impronte e bolle lasciate dalla spugna. Nonostante il processo sia molto lungo – circa mezz’ora per predisporre l’esposizione finale, un elemento di serendipità è sempre rintracciabile nelle stampe.

La storia del progetto, la costruzione della fotocamera, e le quattro settimane del primo tour in Spagna del 2006 sono raccontati in un documentario di Andrés Duque Bernal intitolato Landscapes in a Truck: http://www.documentamadrid.com/documentamadrid07/en/seccion.php?cod_seccion=1&cod_pelicula=46&pageNum_rs_peliculas=0&totalRows_rs_peliculas=12

I siti del progetto: http://www.cameratruck.net/Site/Landing.html e http://www.cameratruck.es/

Tutte le immagini © 2010 Shaun Irving

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Frankenophotographers #5: Rebecca Hinden

OCCHI ROSSI SUL PIANETA TERRA

Chiunque abbia intrapreso la strada dell’autocostruzione di attrezzature fotografiche, come ogni fotografo, sa bene quanto sia facile inciampare. Défaillance tecniche, cattive manipolazioni e incidenti sono sempre in agguato. È noto che gli errori non scarseggiano in fotografia, ma la loro definizione non è mai stata univoca. Professionisti, amatori, dilettanti e artisti si sono confrontati con quella che Man Ray amava chiamare Fautographie, fotografia-che-cade-in-errore, dandone la propria interpretazione e continuando a passare la patata bollente: cos’è corretto e cos’è sbagliato in fotografia? Dietro le definizioni tecniche si nascondono ben più importanti definizioni sociali, e ciò fa dell’errore fotografico una creatura mutevole e scaltra, vittima dell’occhio del fotografo e suo carnefice al tempo stesso. A un estremo troviamo il dogmatismo dei manualetti, all’altro il capovolgimento ideologico operato dagli artisti, che con un lavoro cosciente e certosino hanno esplorato l’intera gamma degli accidenti fotografici. In mezzo c’è di tutto, compreso il recupero dei refusi da parte della fotografia di moda.

La mappatura e la storia dell’errore fotografico sono già state sapientemente tratteggiate, e voglio segnalare l’interessante libro di Clément Chéroux L’errore fotografico: una breve storia, pubblicato in Italia da Einaudi. Voglio anche esprimere la mia opinione sull’argomento: credo che l’accidente sia uno degli elementi costitutivi della Frankenfotografia. Il progetto frankenfotografico, realizzandosi attraverso l’autocostruzione, presuppone un recupero consapevole di quelle conoscenze tecniche e di quei valori formali che la fotografia del volgo ha tralasciato, chiuso nel dimenticatoio, bistrattato. È in gioco la definizione del mezzo fotografico: medium trasparente, che nasconde i propri meccanismi e semplifica il lavoro del fotografo, o medium opaco, che non può prescindere dal palesarsi in tutta la sua complessità, versatilità, creatività. Non si tratta soltanto di restituire dignità a certi valori formali dell’immagine, a certi “difetti”, a certi formati (operazione già perfettamente realizzata dalla Lomografia), ma di liberare il meccanismo stesso del mezzo dai suoi dogmatici fardelli. L’accidente non è il risultato di un lapsus del costruttore-operatore, ma una manifestazione del suo sano e consapevole rapporto con la macchina! Bisogna evitare infiltrazioni luminose in macchina o bisogna ricercarle e apprezzarle? La domanda è sbagliata, ovviamente. L’autocostruzione è un processo di conoscenza, un processo che somiglia a un percorso ad ostacoli. A fondamento del proprio discorso Chéroux pone questa importante intuizione: “è nelle sue ombre, nei suoi scatti errati, nei suoi accidenti e nei suoi lapsus che la fotografia si svela e meglio si lascia analizzare”. Lo storico scommette apertamente “sull’errore fotografico come strumento cognitivo”. Per il frankenfotografo, che opera in un ambito diverso, rimangono aperte le porte della sperimentazione, del gioco sulle definizioni, sui codici, sugli effetti visivi, ma l’aspetto più importante è l’acquisizione della consapevolezza di quanto il procedimento “per errore” sia connaturato alla definizione del medium opaco, e una manifestazione di esso. Qualunque risultato si ottenga, non è necessario valutarlo in termini di correttezza, ma considerarlo una tappa del progetto autarchico: una forma di analisi (auto-analisi?), e un’affermazione di consapevolezza. Un alto grado di serendipità e una tabula rasa del giudizio devono considerarsi endemici, indispensabili, benvenuti.

Ed è così che gli occhi rossi, fuori dalle gallerie e dalle riviste patinate, arrivano sul pianeta Terra. Rebecca Hinden, giovane fotografa del Rhode Island, all’attività commerciale convenzionale affianca da sempre la sperimentazione fotografica. All’interno di questo percorso è giunta all’autocostruzione di macchine molto particolari, lavorando su più fronti. Il progetto che mi interessa presentare in questa sede porta avanti la riflessione sull’errore, cui abbiamo accennato: si intitola Red Eye Project, ed è stato concepito con l’obiettivo di massimizzare il “difetto” degli occhi rossi. Una parte del progetto prevede la massimizzazione dell’effetto nell’immagine: Rebecca ha costruito un marchingegno composto da moduli flash ricavati da macchine usa-e-getta, in grado di operare in sincrono con qualunque altro flash. Montata su una macchina 4×5, dotata di lente 360mm e di un’estensione a soffietto, il congegno assicura un optimum di occhi rossi nei soggetti ritratti in grande formato. Il settaggio prevede che lo studio sia il più possibile oscurato, in modo da provocare la dilatazione delle pupille del soggetto: pupille più grandi massimizzano l’effetto (ed è la prima volta che vedo sfruttare in fotografia il fenomeno fisiologico della midriasi)!

Il dispositivo sincro-flash costruito da Rebecca, montato sulla sua macchina 4x5

Rebecca è andata anche oltre nel coinvolgimento dell’occhio nella produzione del “difetto” fotografico. La seconda parte del progetto infatti consiste nella realizzazione di speciali “occhialini per vedere gli occhi rossi”. Proprio così! Indossando gli occhiali possiamo vedere gli occhi rossi di ogni interlocutore il cui sguardo si posi su di noi, senza macchina fotografica, non nell’immagine, ma nella realtà! Un ulteriore primato: per la prima volta un effetto/difetto fotografico si estranea dal meccanismo e invade la realtà. Occhi rossi sul pianeta Terra…

Gli occhiali per produrre occhi rossi

Per completezza segnalo anche un altro progetto di Rebecca, che ben rappresenta la sua volontà di abbattere ogni preconcetto riguardo cosa una macchina fotografica o una fotografia “dovrebbero essere”: la One Pixel Camera. Nomen omen, ammirate il risultato:

Un ritratto eseguito con la One Pixel Camera

La One Pixel Camera

Sui due siti di Rebecca tutti gli esperimenti, che comprendono anche tentativi di fotografia aerea fatta in casa e pellicole esposte all’elettricità statica:

http://www.beccahinden.com/

http://www.rebeccahindenphotography.com/

Tutte le immagini © Rebecca Hinden Photography



FRANKENPHOTOGRAPHERS #4: DAVID SMEULDERS

Autoritratto di David Smeulders preso con una delle sue Scannercamera.

Il designer David Smeulders (http://www.davidsmeulders.com/), negli ultimi anni, ha esteso il proprio campo di ricerca al di là della grafica e del vjing (Vj Klebowax, insieme al fratello Oscar), esplorando territori frankenfotografici. Le sue Scannercamera hanno conquistato un posto d’onore non solo nel suo percorso di sperimentazione, ma anche tra le attività delle lungimiranti istituzioni olandesi: al 6 Marzo di quest’anno risale la sua ultima “scan-photo-installation”, durante la Rotterdam Museum Night, e le sue creature sono state esposte l’anno scorso al Nederlands Fotomuseum (http://www.nederlandsfotomuseum.nl/).

Il risultato dell'installaizone BODYSCAN alla Rotterdam Museum Night. Tutte le immagini qui: http://www.koudzweet.nl/museumnacht/index.html.

Al Fotomuseum David ha presentato una versione deluxe della sua Copy Camera (commissionata per l’occasione!), costruita con una stampante multifunzione. Con questa macchina ha realizzato un’installazione interattiva: premendo un pulsante il pubblico ha potuto auto-ritrarsi, ottenendo un’immagine in formato A4 in meno di un minuto “come con le vecchie Polaroid”. A differenza di queste, però, si aveva un minuto a disposizione per muoversi davanti alla macchina, inscenare una piccola performance, e avere una Scan-photo.

La Copy Camera deluxe al Fotomuseum.

La Copy Cam originale.

Nel 2007 David ha costruito un primo modello di Scannercamera, usando uno scanner piano, un obiettivo per macchine di grande formato, e un originale sistema di scorrimento che permette di muovere l’obiettivo. Con questa macchina si ottengono scan-photo di oltre 500 Mb.

Con il nuovo modello A3 Scan Camera è possibile sfruttare tutti i movimenti dell’obiettivo: “let’s tilt/shift/swing again!”

A3 Scan Camera.

Budapest, 2009. Veduta presa da David Smeulders con la A3 Scan Camera.

Con la RGB Scan Camera David ha fatto un ulteriore passo avanti nella ricerca espressiva scannerfotografica: questa macchina è in grado di acquisire immagini a colori attraverso 3 obiettivi, che registrano separatamente i tre canali RGB che compongono l’immagine (un canale per lente, ma l’acquisizione è simultanea). Nella piattaforma è inserito un laptop che controlla l’acquisizione e alimenta lo scanner.

La RGB Scan Camera.

Un primo esempio di RGB scan-photo.

La stessa immagine presa due volte, differenziando il focus nei diversi canali.

Queste mostruose creature digitali sono solo le ultime realizzazioni di David. La sua ricerca frankenfotografica è iniziata con esperimenti analogici, nell’ambito della fotografia stenopeica e di quella panoramica. Ha realizzato due macchine panoramiche rotanti a 360°, motorizzate. La prima ruota ogni 4 secondi, registra immagini di piccole dimensioni (2.4 mm), e le “incolla” insieme una all’altra durante l’avanzamento.  Per fare un giro completo impiega 16 step.

Il primo modello di macchina panoramica rotante a 360°.

Autoritratto panoramico di David Smeulders.

Il secondo modello presenta alcune modifiche: le immagini vengono scattate in 32 step, e l’otturatore si chiude durante la rotazione della macchina.

Il secondo modello di macchina panoramica rotante.

Un altro esperimento interessante è la Superzoom Pinhole Camera, una fotocamera stenopeica che monta un grandangolo davanti al foro. La lente è una di quelle che si usano per gli spioncini delle porte (160° Door Viewer). Una solida prolunga a soffietto targata CCCP (!) trasforma l’ottica grandangolare in uno zoom estremo, quasi un 500 mm.

La Superzoom Pinhole Camera.

Per chiudere questa breve rassegna dei lavori di David facciamo un passo indietro. Il suo primo esperimento con il foro stenopeico, dopo alcune macchine modificate, consiste in una Zenit stenopeica particolare. David ha costruito un accessorio per registrare le immagini in frammenti, montandolo davanti al foro stenopeico. In questo marchingegno sono inserite della barre, orizzontali o verticali. Durante la ripresa fotografica si elimina una barra per volta, in sequenza, registrando l’immagine pezzo per pezzo, consentendo di inferire la direzione del movimento del soggetto a partire dalla fotografia. Potremmo considerare questa macchina una sorta di slit-camera stenopeica. Essa dimostra che la ricerca di David Smeulders, fin dal principio, è stata incentrata sul concetto del “tempo”  in fotografia. David definisce questa Zenit “la prima macchina per catturare il tempo”. Come le slit-cameras, infatti, registra il movimento dei soggetti in modo particolare. Probabilmente è partendo da qui che il designer è giunto a utilizzare la scannerfotografia, che prevede un tempo fotografico (espresso dal movimento nello spazio “pro-filmico”) del tutto diverso dalle normali fotocamere.

La Zenit stenopeica "in grado di catturare il tempo".

Qui trovate informazioni su tutti i modelli autocostruiti da David Smeulders: http://koudzweet.nl/

Qui i video delle sue fotocamere: http://vimeo.com/user2785187

Qui il suo blog: http://blog.davidsmeulders.com/



FRANKENPHOTOGRAPHERS #3: Francesco Capponi, l’ottico Dippold

Luce, soltanto luce che trasforma il mondo in un giocattolo.

Intervista a Francesco Capponi

Partiamo dall’inizio: nelle tue galleries troviamo sculture e fotografie di ogni genere. Mi racconti brevemente il tuo percorso, dalla scultura alla fotografia, dalla fotografia alla Lomografia, dalla Lomografia all’autocostruzione e alle sculture di ispirazione fotografica?

Non saprei tracciare un percorso lineare. Ho studiato scultura all’accademia e negli ultimi anni avevo cominciato ad inserire lenti, camere oscure o proiettori nelle mie opere. Nel frattempo mi piaceva passare parte del mio tempo nel laboratorio di fotografia.

La fotografia di per sé mi affascinava e mi annoiava al tempo stesso. Mi divertiva soprattutto fare esperimenti in camera oscura, provare le solarizazzioni, sovrapporre negativi e cose del genere. Ho cominciato a giocare con le Polaroid e a maltrattarle, accartocciandole, aprendole e lavandole. Adoravo l’indeterminazione estetica che le immagini ottenute mi regalavano.

Chiesi la tesi sulle Polaroid ma mi fu detto che la fotografia non aveva attinenza con la scultura. Quasi per sfida cominciai a costruirmi oggetti stenopeici che diventavano, insieme alle foto, parte dell’opera. Installazioni tra scultura e fotografia. Alla fine mi laureai con una tesi sulla fotografia stenopeica e continuo ancora oggi a portarne i segni addosso e a costruirmi macchine fotografiche. Quando sono tornato alla scultura, poi, l’esperienza fotografica mi era rimasta talmente attaccata addosso da influenzare fortemente i miei lavori.

"Diaframma ad iride", scultura in ferro.

Come ti sei avvicinato alla Lomografia? Vedo che hai provato tutte le possibilità espressive che offre, usando la Holga, la Horizon panoramica, la Lomo LC-A, le Polaroid maltrattate. È stato un passaggio importante per arrivare successivamente a sperimentare l’autocostruzione, o i due interessi sono nati contemporaneamente?

In realtà la Lomografia è venuta solo dopo. Già mi costruivo macchine fotografiche, mi piacevano le immagini che potevo ottenere con le pinhole e la libertà creativa che mi davano, e il tutto ad un basso costo. Quando ho visto le prime Lomo, plasticose ed economiche, dotate di strani congegni ludici e imperfette nel risultato, me ne sono subito innamorato, ci ho ritrovato parte del fascino che mi davano le mie macchine. Holga e LC-A hanno quelle imperfezioni che adoro e danno sentimento all’immagine, la vecchia Horizon la considero un capolavoro meccanico con il suo obbiettivo rotante. Alle Polaroid sto ritornando ora dopo anni, sono curioso di provare le pellicole dell’“Impossible Project” che sembrano aprire innumerevoli possibilità di elaborazioni.

Uno degli ultimi progetti di Francesco.

Possiamo considerare la fotografia, soprattutto a livello popolare, come un medium trasparente, cioè come una tecnologia che si nasconde all’utente: si schiaccia un pulsante, si porta la pellicola al laboratorio e si ritira la foto finita; in digitale si scatta e si può stampare la foto inserendo direttamente la memoria in una stampante. Ha vinto insomma la filosofia della Kodak, che ha trasformato la tecnologia fotografica in una tecnologia – oggi diremmo – user friendly. Ciò ha contribuito a diffondere la fotografia oltre ogni aspettativa, eppure, oggi, dopo oltre un secolo di dominazione della tecnologia fotografica industriale, non possiamo non considerare il fatto che questa impostazione tralasci una serie infinita di possibilità espressive e creative. Io credo che la fotografia possa e debba recuperare la propria identità di medium opaco, attraverso il recupero delle conoscenze e delle esperienze necessarie, e questo è esattamente l’argomento del blog. Come consideri il mezzo fotografico e le sue potenzialità espressive?

Voi schiacciate il bottone, noi facciamo tutto il resto” non mi appartiene come filosofia. Vorrei controllare il più possibile il processo perché penso che il percorso dia forza alla meta.

Ora la fotografia è completamente cambiata dai suoi esordi, è alla portata di tutti, questo ha aperto miriadi di possibilità nuove, ma allo stesso tempo ha fatto perdere a questo medium gran parte della sua potenza magica. Fare una foto è un atto quotidiano e ripetuto, e come tale rischia di diventare banale. Oggi la maggior parte delle foto sono scattate con un telefono. Se l’atto che crea non ha emozione, questa non la ritroveremo nemmeno nell’immagine creata.

Guardate le foto sui documenti per esempio. La tecnologia ha fatto passi enormi ma il ritratto che deve rappresentare la nostra identità è sempre più scadente. Mio nonno si fece ritrarre da un fotografo, con una grossa macchina fotografica, le luci giuste, il vestito buono e pettinato per la festa. Sarà venuto apposta in città e probabilmente sarà stato emozionato nel farsi ritrarre, era una cosa rara. Col tempo si è passati alle cabine Fotomatic, prima con i loro bei quattro scatti in bianco e nero, poi “evolvendosi” fino al digitale, dove ti vedi proiettato su uno schermo, scegli tu lo scatto, puoi correggerlo o cancellarlo, senza più l’emozione di aspettare che le foto escano dalla buchetta e si asciughino per sapere come sei venuto.

Ora, per il rinnovo della mia carta d’identità elettronica, la foto me l’ha fatta alla sprovvista un’impiegata dell’anagrafe, in una stanza semibuia e con una webcam scadente. Risultato: mio nonno era bellissimo sul documento, io un mostro. Non riesco a considerare questo come progresso.

Sarò pure un nostalgico, ma da qualche parte qualcosa non mi torna.

"Morte di un soldatino di plastica" - tribute to Robert Capa.

Mi sembra che anche la tua ricerca stia seguendo la direzione del medium opaco, e vorrei che raccontassi qualcosa del tuo percorso. Come sei arrivato a riappropriarti della tecnologia fotografica? Che cosa ti ha spinto? Perché hai iniziato a smontare e costruire fotocamere?

Inizialmente per curiosità. Mi stupiva riuscire a catturare la luce e trasformarla in immagini.

Quando poi ho cominciato a far vedere i miei lavori la cosa che notavo e amavo di più è stato il ritrovare questo stupore e questa sorpresa negli occhi di chi li guardava. La gente era incredula sul fatto che si poteva fare una fotografia con una noce, e per comprenderlo si doveva sforzare a domandarsi com’era possibile. La risposta è spiazzante per la sua semplicità: la luce viaggia in linea retta, per due punti passa una sola retta, quindi le immagini possono essere trasportate.

E’ alla base anche della nostra vista, il senso che più di tutti ci lega a ciò che circonda.

La risposte spesso sono semplici, ma pochi si pongono le domande oppure tendono a complicarle.

Prendere i meccanismi che stanno alla base, privarli di tutte le sovrastrutture culturali e riscoprirne la semplicità intuitiva, nella sua banalità mi aiuta a capire ciò che appare complesso.

Il "PinHolo", macchina fotografica a foro stenopeico ottenuta con un pinolo.

Il "PinHolo" produce negativi su carta di circa 18 x 7 mm. Tempo d'esposizione circa 4 sec. con luce diretta.

Probabilmente bisogna avere il coraggio di gettare via la macchina fotografica per acquisire la consapevolezza del mezzo. È per questo che ti definisci “fotografo senza macchina fotografica”? O ti riferisci alla sola fotografia stenopeica, che rappresenta il più semplice apparato di acquisizione? In proposito fai un’affermazione importante: “In un certo senso ho sempre cercato di distruggere la fotografia con l’unico risultato di essere considerato un fotografo…”

Quando l’ho scritto in parte ero proprio senza macchina fotografica! Nel senso che davvero mi consideravano tutti un fotografo e magari mi chiedevano addirittura di fargli le foto per il matrimonio, ma il mio equipaggiamento consisteva solo in varie stenopeiche, toy cameras e al massimo una vecchia reflex a pellicola. Poi, come noti anche tu, la frase poteva essere letta in più maniere appunto, dalla stenopeica in primo luogo, fino al fatto che vorrei “fotografare”, cioè scrivere con la luce, anche senza macchina, ma magari con camere oscure, specchi o lenti.

La fotografia in parte la odio e, come dicevo, spesso mi annoia, ce ne è troppa, quindi la maltratto, la distruggo, ne cerco le deformazioni e ne accentuo i difetti, la riporto alle origini ripartendo da lì. Questo processo però ha la funzione di rendermela interessante, di ricrearmela nuova e non banale, ridarle incanto e innamorarmene di nuovo. All’esterno vedono solo il prodotto finale di questo mio processo, la foto, e magari mi chiamano quando gli serve un fotografo, ma io non mi ci sento, almeno non nel senso che la maggior parte delle persone attribuisce alla parola.

"PinOrigami" - Origami Stenopeico. Una volta scattata la foto la macchina fotografica origami si apre e diventa la cornice della stessa. Negativi su carta 1,5 x 1,5 cm circa. Tempo d'esposizione 5 sec. con luce solare.

"War-Game" - Reportage PinOrigami.

La tua particolarità rispetto ad altri pinhole photographers mi sembra consistere nella costruzione delle fotocamere. Le tue infatti sono sempre costituite da oggetti di uso quotidiano convertiti in fotocamera, piuttosto che fotocamere costruite da zero. Questo ha un sapore molto surrealista e dadaista, le tue fotocamere sono un po’ degli objets trouvés, dei ready-made. Già la fotografia incorpora questo meccanismo nella sua capacità di “ritagliare” il reale decontestualizzandolo. Tu rinforzi questa capacità incorporandone il principio nella fotocamera stessa, reificandolo in qualche modo. Mi riferisco ad esempio al Pinholo (bel gioco di parole! Anche questo è indice di una vena surrealista). E poi la noce, il cappello a cilindro, il pianoforte. Come sei arrivato a fare questa scelta, “giocando più sul mezzo che sull’immagine”?

La mia tesi di laurea si intitolava appunto “Il mezzo come fine”, un po’ come quando si dice che non è importante la meta ma il viaggio. I miei oggetti sono scelti, o mi scelgono, a seconda di dove vogliono arrivare. Provo a ridargli nuova vita e cerco di farli parlare, di farmi mostrare il loro punto di vista.

Il Dada forse è il movimento dove più mi sarei ritrovato, se non fossi nato con cento anni di ritardo.

Per questo gli ho dedicato un’opera: “Ritratto ideale di Duchamp e Man Ray” fatto con la pedina stenopeica. Il mio lavoro senza di loro non sarebbe esistito. L’uso del ready made inventato da Duchamp e le contaminazioni e sperimentazioni sul processo fotografico di Man Ray, sono alla base di quello che faccio. Li ho “ritratti” attraverso il gioco che li accomunava, gli scacchi, un gioco divertente, simbolico, semplice e infinitamente complicato allo stesso tempo. Cerco di mettere vari livelli di lettura nei lavori: uno istintivo, divertente, uno propriamente estetico e uno più profondo, concettuale, come credo di aver appreso dalla loro lezione.

"Pinhole Chess" - Pedina per scacchi stenopeica.

"Ritratto ideale di Duchamp e Man Ray" - 28 fotografie su carta fotografica, 2 x 2 cm circa. Tempo d'esposizione circa 4 sec.

Se nel Pinholo o nella noce vedo un adattamento fotografico dell’objet-trouvé, in altre fotocamere il gioco di rimandi indubbiamente si complica. Mi piace molto l’idea del cappello a cilindro stenopeico, non solo per la bellezza dell’oggetto, indubbiamente surreale e istrionico, ma anche per il tipo di dispositivo fotografico capace di inscenare: la magia del coniglio che appare dentro il cilindro, come nei migliori giochi di prestigio. È evidente, in questo modo, che il fotografo-prestigiatore può inserire nell’atto fotografico una qualità magica oltre che giocosa. Un po’ come ai primordi della fotografia, quando la percezione della nuova tecnologia ne faceva un mirabolante spettacolo visuale. Cosa ne pensi? Sei un prestigiatore visuale? Ho l’impressione che tu, da bravo intrattenitore, cerchi di coinvolgere il pubblico nei meccanismi, nelle installazioni che crei: non vedo “opere” ma “operazioni”. Dico bene?

E’ sicuramente quello che vorrei trasmettere. Voglio affascinare divertire e incuriosire il pubblico. Il cappello a cilindro è uno dei lavori che preferisco proprio per questo. Come ti ho detto amo l’atto magico che sta alla base della fotografia e il rapporto cilindro-coniglio me lo sottolinea. Lo fa in maniera ironica e per questo penso più comunicativa.

Abracadabra e il coniglio appare nel cappello, impresso nella pellicola. Per me è magia.

Il cappello a cilindro è costruito forzandone l’aspetto scenografico, con chiavi e corde di metallo per azionarlo, solo per fare spettacolo. Prestigiatore visuale mi piace molto come definizione.

"Abracadabra Pinhole Camera" - Utilizzata per ritrarre conigli ha il potere di farli apparire nel cappello. Scatta negativi panoramici 5 x 10 cm su rullini 120.

Anche il legame con il soggetto, in questo caso il coniglio, rafforza l’aspetto magico dell’operazione. Come motiveresti questa scelta? È solo un rimando culturale al più classico dei giochi di prestigio, o c’è di più? Te lo chiedo perché mi ha colpito molto il lavoro del fotografo Wayne Martin Belger, di cui ho scritto recentemente, che crea un legame sciamanico tra ogni fotocamera e il soggetto designato. Credi anche tu in una sorta di potere sciamanico o magico del dispositivo fotografico?

Le mie macchine di solito nascono per raccontare delle loro immagini specifiche. Con il cilindro fotografo conigli, con la pedina una partita di scacchi. Per me è come se i miei oggetti fotografici mi raccontassero le loro storie e per farlo usassero il loro particolare linguaggio. Una volta che quell’oggetto mi ha mostrato ciò che doveva e ha dimostrato di saperlo fare, solitamente finisce il suo percorso e non lo riuso più.

Se mi viene in mente che devo trasformare in fotocamera qualche cosa, non sono soddisfatto finché non ci riesco. Poi una volta che sono riuscito a farla funzionare per me perde ogni interesse.

Parto da intuizioni o a volte addirittura da sogni. Cerco un rapporto prodigioso, magico e onirico tra macchina e foto, ma non sciamanico. Forse mi prendo poco sul serio, per questo cerco di inserire spesso anche un lato ironico in quello che faccio. Preferisco affabulare, raccontare favole più che affermare verità. Non mi definirei mai uno sciamano, mi piace più come mi hai identificato prima, un illusionista o al massimo un saltimbanco.

Noce stenopeica.

Oltre al coniglio nel cilindro, vedo che hai fotografato origami con fotocamere-origami, la vita del bosco dall’interno di un ulivo, l’esecuzione musicale con una pianola stenopeica, e hai fatto migrare una casetta per gli uccelli stenopeica tra i tetti e la campagna… insomma, al di là del gioco, mi sembra evidente la tua volontà di creare una relazione tra la fotocamera e il soggetto, e poi con il pubblico. Come intendi questo tipo di relazione?

Una relazione, appunto. L’arte è una forma per comunicare. E’ il modo che mi viene più naturale per esprimermi. Nella comunicazione abbiamo tre elementi fondamentali: l’emittente, il ricevente e il codice. Sono tutti e tre ugualmente importanti. Le idee vogliono nascere e l’artista è solo un tramite. Inserendo la macchina nell’opera in un certo senso inserisco il mezzo creatore che mi rappresenta. Se questo fa entrare il pubblico in relazione con l’opera nella sua interezza, ciò significa che sono riuscito nel mio intento.

Un nuovo progetto: la "Mini Lomo Pinhole" ottenuta da un portachiavi a forma di macchina fotografica.

Autoritratto eseguito con la Mini Lomo.

Le macchine fotografiche, specialmente quelle autocostruite, hanno un’anima, un carattere? Se l’hanno, come definiresti le tue varie fotocamere?

Penso di sì, in fondo quello che cerco è proprio il loro carattere. Non saprei come definirle. Mi viene da pensarle come piccole macchine per intrappolare idee, una sorta di catturasogni. Cerco di lasciare a loro gran parte del lavoro per scoprirlo solo alla fine.

Nei miei ultimi lavori, dove ho ricercato più l’immagine che il gioco mezzo-foto, questa sensazione è più evidente. Attraverso multiesposizioni stenopeiche sto mescolando le immagini senza sapere esattamente ciò che otterrò una volta sviluppato il rullino. Lascio al caso il comando, mi affido al destino. In qualche modo mi fido dell’anima delle mie macchine. Meno controllo il risultato più l’immagine mi appare forte. Proprio come nei sogni.

Macchina stenopeica con rullino 120 ottenuta all'interno della cavità di un ulivo.

Un’altra fotocamera mi ha colpito tantissimo: la “pinhole pianola”. Anche qui sento un sapore tipico delle avanguardie storiche, quello dell’Arte Totale. In questo caso si tratta della comunione di musica e fotografia, o, per dirla con parole tue, di Fotofonia! Anche qui sei riuscito ad andare oltre ogni convenzione e struttura preconcetta, sei riuscito a fotografare la musica in maniera inedita. Io, almeno, non ho mai visto niente di simile. Scorgo in questa operazione almeno due meriti: il primo è che hai portato all’eccesso quello che è il carattere indicale della fotografia (semioticamente parlando), cioè l’essere indice del proprio referente, l’essere in rapporto genetico con esso. In questa operazione infatti il rapporto indicale si estende oltre l’immagine prodotta, quella del musicista che suona la pianola, e coinvolge l’esecuzione stessa in un processo nel quale la musica impressiona la pellicola. Ogni volta che si preme un tasto si apre un otturatore, e la musica si riversa sulla pellicola attraverso il corrispettivo foro stenopeico. Insomma, la tua è una ricerca espressiva, che sodomizza il dispositivo per costringerlo a rappresentare l’invisibile?

A volte forzo il dispositivo, altre volte lo creo appositamente, al fine di rappresentare un’idea. In questo caso un’idea invisibile come la musica. La “fotofonia” che ottengo esteticamente non ha importanza, ma è un’immagine che varia a seconda della musica suonata. Più viene suonata in intensità e frequenza la stessa nota più l’immagine relativa sarà chiara o multiesposta.

In un certo modo fotografa la musica!

Una melodia teoricamente è una cosa infotografabile, quindi, non accettando l’impossibile, ho sentito il bisogno di provare a farlo a mio modo, non ho potuto resistere.

Pianoforte stenopeico per ottenere "fotofonie". Ad ogni tasto dela tastiera è collegato un otturatore che apre il foro stenopeico quando viene suonato. L'immagine finale è una serie di ritratti della persona che suona direttamente dipendente dalla musica suonata. Possiede 37 otturatori e 37 fori stenopeici. Negativo su pellicola 35 mm.

Il secondo merito riguarda la concezione del tempo che la tua operazione presuppone. Il tempo fa da connettore tra la musica e la fotografia che ne risulta, e sappiamo quanto il tempo sia materia fotografica. Mi faccio una domanda, che giro anche a te: perché limitarsi a concepire il tempo fotografico come un istante congelato, quando è invece possibile estenderlo e fotografarlo nel suo svolgimento, creando anche una relazione tra il tempo dell’azione e il tempo della rappresentazione che va oltre la corrispondenza puntuale con l’immagine, come hai fatto tu con la tua pianola stenopeica? Cos’è il tempo per un “non-fotografo” come te?

Quando ci si confronta con la stenoscopia il tempo è un concetto che devi affrontare per forza.

Il concetto di “istantanea” viene in pratica cancellato in un solo colpo. Devi porti davanti al soggetto in tutt’altro modo, fermarti ad osservalo per tutto il tempo dell’esposizione, può essere considerato quasi un esercizio zen. Ti spinge a guardare e non semplicemente a vedere.

Approfondire questo poi porta a cercare di ritrarre un altro piano dell’invisibile: il tempo.

Ho provato a passeggiare per una via tenendo una camera di fronte a me, lasciando l’otturatore aperto per tutto il percorso. Ho ottenuto una silhouette mossa con delle strisce di luce dietro rappresentando concettualmente la via nel tempo impiegato per percorrerla. Cioè ho provato pretenziosamente a fotografare lo “spazio-tempo”. La stessa idea credo era già presente anni fa quando appoggiavo la stenopeica sul nastro del corrimano delle scalemobili inquadrando le persone ferme di fronte a me che si lasciavano trasportare.

Qualcosa di simile si sta realizzando con la scannercamera, che acquisisce l’immagine, il tempo, e lo spazio, in modo totalmente nuovo rispetto alle classiche macchine fotografiche. Hai mai fatto esperimenti con lo scanner? Cosa ne pensi?

Non ho ancora fatto esperimenti anche se la cosa mi incuriosisce, ma ancora la conosco poco. Probabilmente prima o poi sentirò quell’impulso a cui non so resistere e modificherò il mio scanner, ma per ora non ho affrontato la cosa personalmente.

La "Pinhole Birdhouse" ottenuta all'interno di una casetta per uccelli. Utilizza rullini 6 x 6.

Le foto, come vista dall'interno della casetta, raccontano l'ipotetico viaggio del volatile.

Un articolo a parte meriterebbero i tuoi esperimenti con la stampante PoGo. Ormai ho capito come sei fatto: vuoi distruggere la Polaroid! Hanno creato una stampante portatile che voleva essere l’equivalente digitale del vecchio sistema Polaroid a sviluppo immediato, ed è proprio così che tu lo usi. Hai persino ricreato le celebri tecniche del trasferimento di immagine, con tutte le possibili violenze creative. Non so se questi esperimenti siano recenti, ma così mi pare, perciò attendo grandi novità. Intanto mi limito a constatare quanto sei andato avanti nel processo di decostruzione della tecnologia: hai sostituito le normali carte fotografiche Zink con la carta da scontrino, che utilizza lo stesso processo di impressione termica, e ci hai fatto dei bei ritratti. Che dire? Hai sempre più voglia di giocare col mezzo che con l’immagine. “Non sono un fotografo… almeno non mi sento un fotografo, ma una persona che ama giocare con la luce. In realtà nasco come ‘scultore’, e per scolpire la luce divento una specie di ‘ottico’”. Chiudi pure quest’intervista, ottico Dippold…

Quando ho acquistato la Reflex digitale mi sono ritrovato con uno strumento potente ma che mi appariva troppo freddo per farci arte, almeno per come la faccio io. La PoGo mi ha ridato il calore che mi dava la camera oscura o le vecchie Polaroid. Posso sporcarmi le dita, avere una fisicità con la foto. Appena ho sentito che usava una carta speciale, la Zink, che stampa senza inchiostro ma a calore, il piromane torturatore di Polaroid nascosto in me ha avuto un sussulto di gioia. Ho capito subito che sarebbe stato un media facilmente manipolabile. Ho trovato un grande alleato in Francesco Biccheri, amico e fotografo videomaker, che come me ama usare la fotografia, ma anche il video, in maniera inconsueta e divertita. Prima parallelamente poi insieme abbiamo cominciato a maltrattare le stampe della PoGo in ogni modo, reinventandoci tecniche di manipolazione, come il transfert, e provando a riportare in questo mezzo un po’ del fascino che avevano le Polaroid classiche. Il video che abbiamo girato per raccontare le nostre invenzioni ha avuto, grazie alla rete, un inaspettato successo. La soddisfazione di vedere gente che in varie parti del mondo ha iniziato a rifare le nostre manipolazioni non ha pari.

Per chiudere l’intervista posso solo usare le parole che Edgar Lee Masters fa dire al suo ottico Dippold, al quale ho rubato il nome dietro cui ogni tanto mi nascondo:

– E ora cosa vedi?

– Luce, soltanto luce che trasforma il mondo in un giocattolo.

– Benissimo, faremo gli occhiali così.

Un esempio di trasferimento dell'immagine stampata con la PoGo su cata Zink.

"Autoritratto fiscale" - stampa senza inchiostro con Polaroid PoGo su scontrino fiscale.

Un regalo di Francesco a tutti i Frankenfotografi: la Dippold Pinhole Camera, da scaricare e assemblare.

Potete scaricae il template originale in formato A4 da qui: http://farm3.static.flickr.com/2763/4449550485_7c572e76d7_o.jpg.

Per seguire il lavoro di Francesco Capponi: http://www.flickr.com/photos/dippold/ e http://www.francescocapponi.it/ (sito in costruzione).



LEGO TECH #1 – PanoBots

Costruire una testa panoramica motorizzata non è facile. Bisogna raccattare pezzi qua e là, e avere un po’ di dimestichezza con l’elettronica è essenziale. Si può però risparmiare parecchio tempo utilizzando qualche confezione di mattoncini Lego, seguendo le istruzioni di chi vi si è cimentato precedentemente. In rete si trovano alcuni progetti basati sulla tecnologia Lego MindStorms, in grado di fornire tutti gli ingranaggi essenziali, i motorini, e sopratutto l’RCX, un mattoncino programmabile rilasciato nel 1998. Sulla base di questa piattaforma si possono realizzare tantissimi modelli di teste motorizzate, con le quali scattare fotografie panoramiche perfette. Bisogna oviamente costruire una testa adatta alla propria macchina fotografica. Tutti i progetti che ho trovato si adattano a macchine compatte, forse perché i mattoncini avrebbero qualche problema a reggere il peso di una grossa reflex. Il risultato è comunque ottimo, e se si usano delle compatte Canon si possono migliorare le prestazioni con l’hackeraggio CHDK. Con queste teste, controllate dall’RCX, si scatta la foto tramite un meccanismo motorizzato, poi la macchina ruota di 1/2 o 1/3 e ripete il processo finché il panorama non è completo.

Vediamo alcuni progetti, iniziando dal PanoBot di Philippe “Philo” Hurbain (http://www.philohome.com/), mago dei mattoncini appassionato di fotografia panoramica. Questo modello seminale ha vinto il Lego MindStorms contest del 2000,  nella categoria Artbots. E’ progettato per montare una Nikon Coolpix 950 con obiettivo fisheye.

Come si vede nella foto, l’RCX e i motorini sono posti nella parte anteriore, per equilibrare il peso della fotocamera. La Coolpix è sorretta dalle due strutture laterali e si appoggia sul fisheye. L’angolo di rotazione è controllato da un sensore di rotazione MindStorms, mentre un touch sensor informa l’RCX che l’otturatore è stato premuto. L’nsieme è robusto e dotato di attacco per il treppiede, ma funziona anche se appoggiato semplicemente su un tavolo. Qui si trovano le istruzioni passo per passo, realizzate con LeoCad: http://www.philohome.com/panobot/panobot.htm.

L'attacco per il treppiede.

Il meccanismo di scatto.

Vista frontale.

Vista posteriore.

Vista laterale.

Il risultato:

Me and myself waiting for lunch... (2 photos panorama)

My bathroom, showing Panobot reflected in the mirrors (3 photos panorama)

Dato che il PanoBot è realizzato con pezzi tratti da diversi set della Lego, perciò non facilmente replicabile, Philo ha deciso di crearne una nuova versione con i pezzi di un unico set. Questo PanoBot 2 (http://www.philohome.com/panobot2/panobot2.htm) può essere costruito interamente con le parti incluse nel Lego MindStorms Robotics Invention System 1.5. Alcune parti sono state modificate rispetto al PanoBot originale (il sensore di rotazione che determinava la direzione degli scatti è stato sostituito da un light sensor, posto di fronte a una carta in bianco e nero e azionato dal motore di rotazione, la catena di trasmissione è stata sostituita da un’unità a vite, il meccanismo che sosteneva la parte rotante è stato totalmente cambiato). La fotocamera utilizzata questa volta è la Nikon Coolpix 990, ma è possibile adattare la testa anche alla 900, alla 950, e alla 995. Con questo modello diventa possibile usare altri interessanti accessori:

FC-E8 fisheye optical add-on (for full sphere panoramas).

WC-E24 wide angle adapter (cylindrical panoramas).

Vista frontale.

Vista posteriore.

Il modello completo.

Le istruzioni: http://www.philohome.com/panobot2/instructions/panobot2_instructions.htm.

David Wilson ne ha realizzato una versione per la Panasonic Lumix DMC-FZ20: http://www.philohome.com/panobot2/lumix.htm.

Markus Matern ha adattato il modello alla Nikon Coolpix 995: http://home.arcor.de/markus.matern/Robotics/PanoBotCoolPix995/index.html.

Kilgore ha costruito una serie di modelli, chiamati RoboPan, tanto curiosi quanto instabili. Alcuni sono anche inclinabili: http://www.byteswithbite.co.uk/kilgore/org/panos/robot.html.

Inutile dire che su youtube si trovano alcuni video dedicati ai PanoBots. Guardate questo realizzato da Bernhard Vogel:



IL GIOCO DEL FUOCO #1 – TILT SHIFT PHOTOGRAPHY

Con “Tilt-Shift Photography” ci si riferisce alle tecniche di ripresa basate sul movimento dell’obiettivo. Obiettivi decentrabili e basculabili permettono di effettuare correzioni prospettiche (importantissime ad esempio nella fotografia d’architettura) e di avere un controllo accessorio della profondità di campo (oltre quello ottenibile tramite la regolazione del diaframma). Il bello di poter giocare con i movimenti dell’obiettivo è che si possono incrementare le possibilità della messa a fuoco: è possibile ottenere immagini interamente nitide (molti fanno questa scelta per fotografare paesaggi), ma si può orientare il piano di messa a fuoco in modo che solo una piccola parte del soggetto sia nitido. In quest’ultimo caso l’effetto è totalmente diverso da quello ottenibile tramite l’apertura del diaframma. Ci si può sbizzarrire applicando tecniche come il selective focus e il miniature faking, come nelle immagini sottostanti.

Esempio di "selective focus" ottenuto con un obiettivo Lensbaby su Canon 5D. Foto di Hzoi (http://en.wikipedia.org/wiki/File:Lensbaby-sample.JPG).

Se qualcuno volesse approfondire l’argomento del focusing, superando le colonne d’Ercole della fotografia standardizzata, consiglio la lettura di due testi di Harold M. Merklinger, con tutte le informazioni possibili sulla messa a fuoco e la profondità di campo. Per fortuna di tutti, il benemerito Harold, fotografo seguace della “teoria dell’inadeguatezza della profondità di campo tradizionale”, offre gratuitamente i due testi in formato PDF. Si scaricano da qui: http://www.trenholm.org/hmmerk/download.html. Questo sito invece raccoglie link utili sulla fotografia Tilt/Shift: http://hame.ca/tiltshift.htm.

Come fare per giocare col fuoco? L’industria ha prodotto parecchi modelli di lenti, montabili su reflex digitali e analogiche. Date un’occhiata a questa galleria: http://it.wikipedia.org/wiki/Obiettivo_decentrabile. Una soluzione più economica è rappresentata dalle Lensbabies, compatibili con macchine Canon, Nikon, Sony, Pentax e altre SLR, dal design molto particolare: http://lensbaby.com/lenses.php. Tutte queste lenti permettono vari movimenti grazie al Sistema Optic Swap.

La serie di lenti Lensbaby: Muse, Composer, Control Freak.

La soluzione più economica di tutte (gratuita!) è il freelensing, ovvero l’arte di convertire qualsiasi obiettivo in lente decentrabile e basculabile. Come si fa? Semplicemente smontando l’obiettivo e accostandolo al corpo macchina. Si scatta con l’obiettivo staccato, e ogni piccolo movimento cambia il fuoco dell’immagine. Ovviamente bisogna stare attenti a non far entrare polvere o altro dentro il corpo macchina. Spesso qualche parte della foto viene bruciata dalla luce, ma l’effetto può anche essere piacevole; dipende dal gusto. E’ consigliabile usare ottiche dai 50mm in su, possibilmente superiori, mai grandangolari. E’ anche meglio scegliere soggetti con una certa profondità e varietà di piani. Una piccola guida on-line: http://content.photojojo.com/uncategorized/tilt-shift-and-macro-freelensing/.

Poi ci sono le soluzioni squisitamente frankenfotografiche. Girovagando qua e là per la rete ho trovato un po’ di progetti interessanti. Vediamone alcuni:

1) La Tilt SHift Mod per DSLR di Marko Tardito.

Lascio descriverla allo stesso Marko, eccellente fotografo di cui segnalo il sito (http://www.markotardito.com/).

“La Mod è iniziata quando un amico fotografo (Jean Marie Francius) mi ha fatto vedere che stava cercando di attaccare al retro di un soffietto di un banco ottico, un corpo di una macchina digitale. Mi sono subito messo al lavoro e con un po’ di pezzi che avevo e il caro ebay, ho assemblato il mio Tilt Shift per DSLR. Per prima cosa, lavorando io con Pentax 6X7 e le sue meravigliose ottiche, ho deciso di lavorare con questo passo. Mi sono procurato un soffietto, smontando un vecchio paraluce che avevo in passato.

Mi sono ritagliato due pezzi di policarbonato nero, trovato in una ferramenta fornita, che ho poi sagomato e forato per farci entrare due tubi di prolunga. Nella parte frontale ho sistemato il tubo di prolunga della Pentax 6×7, mentre nella parte posteriore un tubo di prolunga Canon (di fattura cinese, ma per quello che serviva a me va benissimo) trovato su ebay per pochi euri.

Il tubo di prolunga Canon mi servirà per attaccare il soffietto al corpo macchina. Nella parte frontale, al tubo di prolunga ora posso attaccare tutte le mie ottiche Pentax. Ma la mia ricerca non si ferma qui. Avendo io una passione per le vecchie ottiche per banchi, non trattate per il colore, mi sono procurato dei tappi Pentax 6X7.

Dopo averli forati, ho iniziato ad incollarci le ottiche (con una colla speciale molto simile al silicone nero, ma con una resistenza maggiore). Mi sono quindi creato un piccolo corredo di ottiche antiche. Per finire mi sono fatto una maniglia in legno come quelle che ho sulle mie Pentax, più per una questione estetica che non una pratica.

Per risolvere il problema di tenere il soffietto fisso, mi sono procurato a Bievre (il mitico mercatino che si tiene fuori Parigi a giugno) un magic arm, che ho poi fissato all’attacco del cavalletto della Canon e al Tilt shift. Con questo sistema sono in grado di controllare il movimento del soffietto e ripetere le distorsioni volute in altre immagini.”

Le immagini della Mod:

2) Lente Tilt/Shift autocostruita per (D)SLR di Adrian Hanft (http://www.foundphotography.com/).

Materiali necessari: una reflex, come la Pentax K1000 usata da Adrian; vanno bene anche le digitali. Un tappo di quelli che chiudono il corpo macchina quando non vi sono montati obiettivi (body cap). La camera d’aria della ruota di una bicicletta. La lente di una macchina macchina fotografica, magari da buttar via. Scegliete una lente che si smonti facilmente, e che sia il più possibile sottile. Se il meccanismo di scatto è parte della lente, come nelle vecchie fotocamere, dovrete trovare un modo per mantenere il diaframma aperto in modo permanente. Per questo esperimento è stata usata la lente di una Argus 35mm, che è facilmente rimovibile e ha la posa “T” per mantenere il diaframma aperto.

L’idea è semplice: tagliare un pezzo di camera d’aria e inserirvi da una parte il body cap, dall’altra la lente. Dopo aver rimosso la lente dalla vecchia fotocamera, tagliate il centro del body cap in maniera circolare e staccate la parte centrale. Inserite il body cap modificato nella sezione della camera d’aria. Dall’altro lato inserite la lente. Tenete conto della distanza focale; tenete la lente vicina al corpo macchina se volete mettere a fuoco soggetti a media distanza, allontanatela invece se volete fare esperimenti macrofotografici et similia. Potete anche lasciare la camera d’aria più lunga del necessario, in modo da poter spostare avanti e indietro la lente, secondo necessità. Adesso potete attaccare il body cap al corpo macchina, ed ecco il vostro sistema tilt/shift pronto per l’uso. Se il body cap non si avvita bene dovrete inventarvi un sistema per non far staccare la lente mentre fotografate.

Le foto del sistema:

La lente della Argus rimossa.

Il body cap tagliato e inserito nella camera d'aria.

L'inserimento della lente nella camera d'aria.

L'obiettivo tilt-shift completo, visto dall'interno.

"Eppur si muove!"

La Pentax k1000 con la lente montata e un "rinforzo" per non farla staccare.

3) “Build a Tilt-Shift Camera Lens for Peanuts” di Dennison Bertram (http://www.dennisonbertram.com/).

Materiali: un corpo macchina SLR o DSLR. Un obiettivo di formato superiore a quello del corpo macchina, ad esempio un obiettivo 6×6 o superiore su un corpo macchina 35mm (in questo caso è un Carl Zeiss 80mm per il medio formato). Uno stantuffo in gomma con struttura a mantice, per esempio quello di uno sturalavandino; qualsiasi va bene, purché sia flessibile e non troppo grande. Cartone nero rigido, o plastica nera. Un body cap di plastica corrispondente al corpo macchina. Una buona colla; è necessario incollare il tappo al cartone/plastica e questo allo stantuffo. Se si desidera una configurazione più robusta si possono attaccare i pezzi con dadi e bulloni.

Istruzioni: prendete il tappo e intagliate la parte centrale, come nel progetto precedente. Limatelo in modo da non lasciare sbavature. Tagliate lo stantuffo, che fungerà da soffietto, e inseritevi l’obiettivo. Adattate il foro all’obiettivo in modo che sia stretto. La soluzione migliore è forse quella di acquistare un adattatore a baionetta per l’obiettivo che si utilizza, attaccarlo al “soffietto”, quindi avvitare la lente sull’adattatore. Per costruire la base tagliate un anello di cartone o di plastica, con il cerchio interno della stessa circonferenza del tappo, e l’esterno corrispondente alla parte inferiore del “soffietto”. Dipingete di nero l’anello, per evitare la rifrazione della luce all’interno del soffietto. Incollate i pezzi, il tappo nell’anello, e l’anello nel soffietto. Fate asciugare la colla, provatene la resistenza, e ammirate il risultato: l’obiettivo mobile è pronto! Ricordatevi che con questi obiettivi bisognare scattare con i controlli manuali. Meglio usare diaframmi aperti, ed avere la mano ferma (a meno che non si costruisca anche un sistema di supporto per l’obiettivo). Altra raccomandazione: pulite bene il tutto prima di montarlo su una reflex digitale, o rischiate di far entrare polvere nel corpo macchina e sul sensore.

Le immagini del progetto:

Il tappo intagliato.

Il "soffietto" predisposto per il montaggio.

L'obiettivo inserito nel soffietto.

L'anello da inserire nel retro.

L'assemblaggio delle parti che compongono il retro.

Il sistema finito, montato sulla fotocamera.

Una fotografia di Dennison Bertram scattata con l'obiettivo Tilt/Shift.

Un'altra foto di Bertram ottenuta con lo stesso sistema.

4) Sistema Tilt/Shift autocostruito con un vecchio obiettivo a soffietto di Marcus Kazmierczak (http://mkaz.com/).

Procuratevi una vecchia macchina a soffietto estraibile, di tipo folding (io prenderei una 6×9…), e un tubo di prolunga adatto alla fotocamera su cui dovete montare l’obiettivo. Il tubo di prolunga deve essere corto, in questo progetto ne è stato usato uno di 12mm. Staccate la lente e il soffietto dal corpo macchina, tagliando il soffietto se necessario (con accortezza e precisione). Attaccate il soffietto al tubo di prolunga con del nastro isolante nero. Magari applicate un secondo strato di nastro, e assicuratevi che sia a prova di luce. Montate il tutto sulla vostra macchina e il gioco è fatto. Pulite bene tutto, mentre realizzate l’obiettivo, se avete intenzione di usarlo su una digitale. Nonostante il tubo di prolunga corto, potreste avere problemi a fotografare soggetti distanti, ma avrete comunque una lente macro con cui giocare.

Wirgin Anastigmat Camera, 75mm f/4.5.

Lente e soffietto incollati al tubo di prolunga.

Il sistema finito montato su una Nikon.



DISSEZIONI #1 – SONY ALPHA A200
aprile 4, 2010, 10:26 am
Filed under: Dissezioni | Tag: , , ,

“Vai nella foresta, prendi il coltello per tagliare quello che credi un ramo e scopri di aver tagliato il tuo stesso braccio”.

Lucien Lévy-Bruhl, Il soprannaturale e la natura nella mentalità primitiva (1931)

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“Glorificare il culto delle immagini – culto della sensazione moltiplicata. Il godimento della moltiplicazione del numero. – L’ebbrezza è un numero. Il numero è nell’individuo”.

Baudelaire

Referenze:

http://hackedgadgets.com/2010/03/28/sony-alpha-a200-taken-apart/?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+HackedGadgets+%28Hacked+Gadgets%29

http://digitalcameras.techfresh.net/sony-alpha-a200-dissected/




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